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Gli ostacoli per l'aspirante attore/ice
Di Laura De Biasi - Actor Coach e Doppiatrice
Per un aspirante attore, la competizione e il bisogno ossessivo di dimostrare la propria bravura sono tra i più grandi ostacoli sulla strada verso il successo professionale. Paradossalmente, proprio lo sforzo titanico compiuto per apparire "bravi", "straordinari" o "migliori degli altri" erige una barriera insormontabile che blocca l'accesso alla verità espressiva autentica.
Questo cortocircuito pedagogico e artistico può essere compreso analizzando la questione attraverso i tre grandi fari metodologici che abbiamo esplorato (Meisner, Cechov e Houseman):
1. La trappola dell'autocontrollo: guardarsi da fuori anziché agire
Quando agisci con l'obiettivo di "dimostrare", la tua attenzione si sposta inevitabilmente dal partner e dalle circostanze della scena verso te stesso. Ti sdoppi: diventi contemporaneamente l'attore che agisce e lo spettatore ipercritico di te stesso che si chiede: "Come sto andando? Risulto credibile? Sto piangendo abbastanza bene?".
• Il vicolo cieco secondo Sanford Meisner: Meisner ripeteva che recitare significa "vivere realmente in circostanze immaginarie". Se sei occupato a monitorare la tua bravura, non stai più vivendo realmente e, soprattutto, smetti di ascoltare. L'attore competitivo non reagisce (react) all'altro, ma esegue un piano d'attacco prestabilito per splendere da solo. Così facendo, uccide la relazione scenica e la spontaneità dell'istinto.
2. L'irrigidimento del "corpo vocale" e i blocchi espressivi
La competizione genera uno stato d'ansia costante legato alla paura del fallimento o del giudizio altrui. Questa tensione non è solo un fatto mentale: si traduce istantaneamente in una risposta fisiologica di difesa.
• Il blocco secondo Barbara Houseman: L'ansia da prestazione attiva un irrigidimento muscolare inconscio. La gola si stringe, il respiro si fa corto e toracico, e la colonna vertebrale accumula tensioni parassite. Nel tentativo di "forzare" un'emozione per dimostrare di saperla provare, l'attore competitivo userà la voce in modo muscolare e finto, sforzandosi anziché lasciando fluire il suono. Si perde quella fondamentale alternanza tra l'ingaggio necessario e il rilascio totale della tensione, indispensabile per accedere alla propria vulnerabilità.
3. La recitazione "illustrativa" e la perdita dell'archetipo
Chi vuole dimostrare la propria bravura tende a "spiegare" il personaggio al pubblico. Cerca di mostrare l'emozione (la tristezza, la rabbia, la follia) attraverso cliché consolidati per essere sicuro che lo spettatore capisca quanto sia bravo a recitarla.
• La deviazione secondo Michail Cechov: Cechov spingeva l'attore a lavorare sul Gesto Psicologico e sul Corpo Immaginario per superare l'imitazione superficiale e connettersi a forze archetipiche profonde. L'attore competitivo, invece, si ferma alla superficie del proprio ego. Non indossa il personaggio come un abito invisibile per esplorarne l'anima; usa il personaggio come un piedistallo per esibire i propri virtuosismi tecnici. Questa recitazione "illustrativa" risulta fredda, cerebrale e priva di quella profonda sintonia con l'atmosfera e con lo spazio circostante.
In sintesi: dall'Ego all'Eco
La difficoltà più profonda per l'aspirante attore competitivo sta nell'incapacità di accettare il vuoto e l'imprevedibilità.
La verità espressiva autentica richiede il coraggio di essere "brutti", vulnerabili, imperfetti e, soprattutto, pronti a farsi cambiare dall'altro.
Finché l'obiettivo principale rimane la dimostrazione di forza, l'attore rimarrà imprigionato nella propria corazza tecnica e intellettuale. Solo quando la competizione lascia il posto all'alleanza con il gruppo, all'ascolto viscerale e alla generosità del donarsi alla scena, lo strumento si sblocca. Si smette di "fingere" e si comincia, finalmente, a essere.